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Fondaci, lotto, altarini, usura ma anche ironia, genialità e resilienza. La Napoli de Il ventre di Napoli di Matilde Serao

Quando penso a Napoli mi viene in mente, come prima cosa, il sole e il mare. Ma anche San Gregorio Armeno, la pizza, il cibo da strada, i dolci, San Gennaro, le edicole votive nei Quartieri, l’università con il suo multiculturalismo che profuma di sapere, i mercati, i musei, il San Carlo, il lungomare Caracciolo, Maradona, piazza del Plebiscito, la collina di Posillipo, il Vesuvio che no, non fuma come nei vecchi dipinti. Potrei continuare ad oltranza perché Napoli è una di quelle città che o la si ama o la si odia, senza vie di mezzo, e io ne sono completamente innamorata.

Una capitale culturale che è un vero e proprio universo a sé, un microcosmo irripetibile fatto di eccessi e contraddizioni, con un patrimonio artistico, culturale, sociale ed enogastronomico che non ha eguali. Fede e folklore si mescolano tra i vicoletti del centro storico, un reticolato a maglie strette che può disorientare, un ventre che rapisce e vorticando trasporta gli avventori tra ‘vasci’, profumi, suoni, panni stesi e sorrisi. Tra un Caravaggio, al Pio Monte della Misericordia, al tesoro di San Gennaro al Duomo, arte contemporanea al Madre e collezioni antiche al Museo Archeologico.. dimore storiche in stile liberty, l’orto botanico, Palazzo Reale, la ricchissima Biblioteca dei Girolamini, il Maschio Angioino, Mergellina.

Scorci rubati, panorami unici, vedute degni di cartoline che viaggiano da secoli per il Mondo.

Una vera signora irriverente e orgogliosa che ha sofferto, soffre ancora ma non si piega. La stessa caparbietà e originalità che traspare da un libro simbolo di questo luogo, Il ventre di Napoli di Matilde Serao. Una sorta di cronache di una Napoli post epidemia di colera, che fronteggiava la povertà e la malattia con i mezzi che conosceva: la fede ma anche rituali, culti che sfociavano nel paganesimo. Il lotto come abitudine viziata di un popolo che confidava ciecamente nella sorte, gli altarini costruiti in ogni dove, in onore di Santi e Madonne da pregare per una grazia. L’usura, le pittoresche sceneggiate e abitudini del popolo napoletano ma anche la straziante condizione igienica, di quelle abitazioni che, in quell’epoca, non potevano dirsi tali.

I fondaci, abitati dagli ultimi in condizioni igieniche pessime, se non assenti, la povertà assoluta e uno Stato lontano, dimentico di quei figli. Lo sventramento delle zone più degradate aprì una nuova stagione di luce, corso Umberto I, via Duomo, l’attuale Piazza Borsa, diedero la parvenza di salubrità che ci si aspettava ma, dietro le nuove grandi vie andava in scena sempre lo stesso spettacolo degradante, con le stesse strade piene di fango e melma, con gli stessi problemi di spazio che non c’era, con la stessa carenza di risorse.

Una cronaca puntuale e dettagliata, figlia di una penna illustre come la Serao, che voleva denunciare l’abbandono della sua città, che desiderava sensibilizzare l’opinione pubblica a favore di un intervento tempestivo ma che purtroppo non fu decisivo.

Un libro duro, ruvido e diretto che non risparmia dettagli crudi, una fotografia fin troppo realistica che arriva al cuore del lettore. Un gran libro, da leggere, che fa riflettere e che apre scenari ancora attuali.

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