Eikosi

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Magazine del Corriere della Campania

Il giorno che Jesùs mi ha salvato da un pestaggio

È incredibilmente corto il tempo di un semaforo, scatta il rosso, ritorna il verde. La dura vita di un lavavetri sotto il caldo asfissiante e gli insulti degli automobilisti

Qualche mese fa ho conosciuto un ragazzone ad un semaforo in zona Molo Beverello. Anziché dargli qualche moneta per il lavaggio dei vetri, una volta mi venne da chiedergli se avesse voglia di una colazione. Non capì subito cosa gli avessi proposto ma mi si incollò dietro speranzoso e mi seguì dentro un bar per prendere un caffè. Ci presentammo, mi raccontò del suo travaglio infinito e ci salutammo augurandoci reciproca felicità, io sapendo di mentire, lui chissà. Jesùs lavora sull’asfalto a 40 gradi o con il vento sferzante. Come sottofondo clacson e sirene. Ogni giorno si sveglia alle cinque del mattino, prega per mezz’ora, si lava con l’acqua fredda di un rubinetto all’aria aperta e inforca la sua bicicletta. Alle sette del mattino è al semaforo, pronto per lavorare fino al tramonto. In fondo al mese è riuscito a mettersi in tasca qualche centinaia di euro. Dipende però anche molto dal clima, e ci sono mesi in cui fa davvero la fame.

Ho rincontrato spesso Jesùs al solito incrocio ed ogni volta mi ha regalato un sorriso, io ho ricambiato con poco più di niente. Un giorno ho trovato una deviazione sulla strada principale e mi sono perso in un quartiere periferico. Dietro le macerie di un cantiere una baraccopoli aveva sullo sfondo un arcobaleno ed il Vesuvio. Mi sono fermato per scattare la foto con il cellulare. Avevo in un sol quadro la speranza, la bellezza e la povertà. All’improvviso un paio di uomini malvestiti mi sono venuti incontro urlando. Uno, attraverso il vetro, guardava nell’auto alla ricerca forse di qualcosa da rubare, l’altro brandendo un palo di legno, minacciava di sfasciarmi la macchina. Se avessi rimesso in moto tentando di scappare nel traffico non avrei avuto scampo. Ero perduto. «Khalas, khalas», ho sentito, riconoscendo la figura di Jesùs che si avvicinava loro. Ho salva la carrozzeria grazie al mio “amico”.

Per capirne di più sulla vita di un lavavetri qualche anno fa a Milano, un cronista ha provato a vivere per un giorno l’esperienza di lavorare ad un semaforo, fra gli insulti degli automobilisti. Per entrare nella parte gli è bastato infilarsi pantaloni e maglietta sudici ed attrezzarsi con spazzola a manico lungo, detersivo, straccio ed una bottiglia di plastica piena d’acqua. Ha raccontato di auto che lo sfioravano, sfrecciando veloci, mentre aspettava ai bordi della strada che il semaforo ritornasse rosso. Con le auto ferme, poi, iniziava una specie di sfida con gli automobilisti, cercando di incrociare qualche sguardo disponibile. È incredibilmente corto il tempo di un semaforo rosso. Nessuno sgancia nulla. Scatta il verde, ritorna il rosso.  Al primo sorriso di un uomo, gli si è avvicinato, senza provare nemmeno a lavargli il vetro, per chiedergli una sigaretta. Dopo qualche ora, sotto un caldo asfissiante, aveva in tasca cinquanta centesimi. Alle sette di sera, sfinito, messa la mano in tasca e tirati fuori i soldi, erano quattro euro e sessantasette centesimi.

Per quelli infastiditi dalla petulanza dei lavavetri è utile ricordare che si tratta di una forma infelicemente dissimulata di accattonaggio, che, piaccia o no, è prevista nel nostro ordinamento.

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Pierluigi Perretta

area politica e cultura
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